Chi l’ha visto si trasforma in aula di tribunale condannando (senza dargli possibilità di replica) un maresciallo. Peccato che la parte offesa fosse lui.

L’inquisizione, pur non santa, brucia. Quando mediatica incenerisce. E «Chi l’ha visto?», che ormai dei missing si è quasi scordata in nome di ben più prosaici ma proficui share d’ascolto, l’ha capito da tempo. In questo sabba salottiero- camaleontico mix tra «Le iene», «Striscia», «Quarto grado» ecc. ecc.- la trasmissione condotta da Federica Sciarelli sulla pira ci ha messo un carabiniere. Un sottufficiale dell’Arma da additare al pubblico ludibrio.

Filmato (la registrazione era stata fatta proprio da un carabiniere dell’equipaggio che evidentemente presagiva il pericolo) e «sputtanato» senza possibilità di replica lo scorso 13 aprile.

Un violento, un cattivo che protetto dalla divisa ha colpito una donna, il succo del servizio lanciato- e addirittura rilanciato- da Rai 3.

Eppure una storia vecchia, già finita nelle mani dei giudici, passata per tutti i gradi giudizio e cha sempre visto il carabiniere uscirne immacolato. Peccato che a finire condannata fosse stata la «vittima» (ma solo per la nobile Sciarelli) e il di lei fratello.

Il maresciallo in questione si chiama Roberto De Razza Planelli, comandante della stazione di Grezzana, provincia di Verona.

La sua giurisdizione arriva anche a Cerro Veronese, villaggio di poco più di duemila abitanti tra la Valpantena e la Val Squaranto. Un borgo incantato e incantevole, ma proprio come avviene nei borghi, si sa, pure qui dietro la bucolica pace si celano invidie, rancori e piccole vendette.

Perfidie, inutili, infinite gelosie capaci di sfociare in abusi e soprusi. Al centro di una sorta di singolar tenzone una stradina che fa litigare da cinquant’anni. Una strada privata in cui alcune famiglie devono passare per tornarsene nelle rispettive abitazioni e che il Comune aveva fatto parzialmente asfaltare a proprie spese proprio per agevolare i residenti.

Non la pensavano così i proprietari, che motu proprio, avevano deciso che no, che da lì, sul loro «terreno» i confinanti non dovessero più transitare. Insomma basta con quell’odiosa «servitù di passaggio». E tanto per essere chiari ci avevano parcheggiato una macchina di traverso, a mo’ di barricata. In barba alla legge, e soprattutto al diritto dei vicini.

Arrivarono i carabinieri, chiamati dal sindaco, per cercare di ristabilire l’ordine. Trattarono un paio d’ore cercando di convincere la litigiosa famiglia a spostare la vettura. Per tutta risposta finirono aggrediti.

Il maresciallo De Razza, uno che dopo 32 anni la divisa la porta cucita addosso, si beccò un telefonino in faccia, reagì per difendersi colpendo con un ceffone la signora esagitata, fu a sua volta preso a cazzotti dal fratello della donna. La prepotente famiglia, padre e madre compresi, finirono in manette.

Il maresciallo, invece, all’ospedale con una costola incrinata e contusioni al viso. Poi le condanne: un anno a fratello e sorella, sei mesi ai loro genitori. Pene confermata in appello- tranne che per il papà assolto- e ribadite definitivamente in Cassazione.

Adesso quello spezzone di filmato diffuso da «Chi l’ha visto»- prova già esaminata e straesaminata da giudici, gip, da due comandanti provinciali dei carabinieri e persino da un comandante generale dell’Arma e capace di dimostrare la legittimità del comportamento del maresciallo- si trasforma in una gogna mediatica.

Finita sulle versioni on line di diversi quotidiani e capace di suscitare indignate reazioni dei troppi internauti in perenne caccia di «nemici». Che bello «linciare» una divisa.

A lui la Sciarelli manco l’ha chiamato per chiedergli se avesse qualcosa da dire. Poco importa che si stato oltraggiato, picchiato e anche assolto dai tribunali. Ecco cosa ci offre il servizio pubblico.

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