Divieto di applicazione della misura cautelare della custodia in carcere (Corte di Cassazione, Sezione III Penale, Sentenza dell’8 febbraio 2018, n. 5840).

Corte Suprema di Cassazione
Sezione Terza Penale

…, omissis …

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

T.C. , nato a B. il …..

avverso l’ordinanza del 03/10/2017 del Tribunale di Brescia

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal consigliere Dott.ssa Antonella Di Stasi;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. Stefano Tocci, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

1. Con ordinanza del 15.9.2017, il Tribunale di Brescia applicava a T.C. la misura dell’obbligo di dimora e permanenza notturna presso l’abitazione in relazione ai delitti di detenzione a fini di spaccio di gr 225 di mentanfetamina e coltivazione di una pianta di marijuana.

Con ordinanza del 3.10.2017, il Tribunale del riesame di Brescia, in accoglimento dell’appello cautelare proposto dal PM, riformava la predetta ordinanza ed applicava a T.C., in ordine ai delitti contestati, la misura della custodia cautelare in carcere.

2. Avverso tale ordinanza ha proposto ricorso per cassazione T.C. , a mezzo del difensore di fiducia, articolando due motivi di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall’art. 173 comma 1, disp. att. cod. proc. pen.

Con il primo motivo deduce violazione di legge e vizio di motivazione in relazione all’art. 275, comma 3, cod.proc.pen., lamentando che l’ordinanza impugnata non sia adeguatamente motivata in relazione all’illustrazione degli elementi sulla base dei quali altre misure meno afflittive, anche se applicate cumulativamente, non sarebbero idonee a fronteggiare l’esigenza cautelare ritenuta sussistente.

Con il secondo motivo deduce violazione di legge e vizio di motivazione in relazione all’art. 275, comma 3 bis, cod.proc.pen. lamentando che il Tribunale non aveva indicato le ragioni in base alle quali sarebbe inadeguata la misura degli arresti domiciliari con le procedure di controllo di cui all’art. 275 bis, comma 1 cod.proc.pen.

Chiede, pertanto, l’annullamento dell’ordinanza impugnata.

Con memoria difensiva con deduzione di motivi aggiunti del 22.12.2017, la difesa del ricorrente ha proposto un nuovo motivo di ricorso con il quale deduce violazione di legge e vizio di motivazione in relazione all’art. 275 comma 2 bis cod.proc.pen.; argomenta che l’ordinanza impugnata veniva pronunciata nella fase cautelare incidentale del giudizio direttissimo, all’esito del quale, ammesso il rito abbreviato condizionato richiesto dall’imputato, il Tribunale di Brescia, con sentenza del 27.10.2017, dichiarava T.C. responsabile del delitto di cui all’art. 73, comma 5 dpr n. 309/1990, così riqualificata l’originaria imputazione, e lo condannava alla pena di anni 1, mesi 2 e giorni 20 di reclusione ed euro 1.400,00 di multa; la riqualificazione operata, si argomenta, rende operativo il divieto di applicazione della misura della custodia cautelare in carcere previsto dal comma 2 bis dell’art. 275 cod.proc.pen.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è fondato.

2. Va ribadito il principio di diritto, secondo il quale, in tema di scelta delle misure cautelari, a seguito delle modifiche apportate dalla legge 16 aprile 2015, n. 47, all’art. 275, comma terzo, cod. proc. pen., incombe sul giudice che emette o conferma, sia pure in sede di impugnazione, un’ordinanza applicativa della custodia cautelare in carcere il dovere di esplicitare specificamente le ragioni per le quali sono inadeguate le altre misure coercitive ed interdittive “anche se applicate congiuntamente”(Sez. 3, n. 842 del 17/12/2015, dep.12/01/2016,Rv. 265964).

Si è osservato che il mutamento normativo operato dalla legge n. 47 del 2015 all’art. 275, comma 3 cod.proc.pen. (La custodia cautelare in carcere può essere disposta soltanto quando le altre misure coercitive o interdittive, anche se applicate cumulativamente, risultino inadeguate), determina l’inevitabile superamento della giurisprudenza di questa Corte che, in passato, aveva ritenuto come in tema di scelta delle misure cautelari, ai fini della motivazione del provvedimento relativo alla misura della custodia cautelare in carcere, non fosse necessaria un’analitica dimostrazione delle ragioni che rendevano inadeguata ogni altra misura, ma che fosse sufficiente che il giudice indicasse, con argomenti logico-giuridici tratti dalla natura e dalle modalità di commissione dei reati nonché dalla personalità dell’indagato, gli elementi specifici che inducessero ragionevolmente a ritenere la custodia in carcere come la misura più adeguata al fine di impedire la prosecuzione dell’attività criminosa, rimanendo, in tal modo, assorbita l’ulteriore dimostrazione dell’inidoneità delle altre misure coercitive (Sez. 5, n. 51260 del 04/07/2014 – dep. 10/12/2014, Calcagno, Rv. 261723).

La nuova previsione normativa- si è chiarito- impone, oggi al giudice della cautela, sia esso il giudice dell’ordinanza genetica che quello del riesame se investito della relativa questione, di motivare in maniera specifica in ordine alle ragioni per le quali risultino inadeguate le altre misure coercitive e interdittive “anche se applicate cumulativamente”.

Va, poi, evidenziato che la legge 16 aprile 2015 n. 47 ha previsto, inoltre, nel nuovo comma 3 bis dell’art. 275 cod. proc. pen che: “Nel disporre la custodia cautelare in carcere il giudice deve indicare le specifiche ragioni per cui ritiene inidonea, nel caso concreto, la misura degli arresti domiciliari con le procedure di controllo di cui all’art. 275-bis, comma 1″.

Il legislatore, quindi, ha introdotto un ulteriore specifico onere motivazionale a carico del giudice che dispone la cautela inframuraria: l’intento della novella è, pertanto, quello di riaffermare la funzione di extrema ratio della custodia in carcere, sancendo espressamente un obbligo motivazionale ulteriore per il giudice della cautela che deve spiegare perché non possa applicare la misura degli arresti domiciliari con le procedure di controllo di cui all’art. 275-bis, comma 1″ in luogo di quella carceraria.

3. Nella specie, il Tribunale, nell’applicare la custodia cautelare in carcere, non ha adeguatamente motivato in relazione agli elementi sulla cui base le altre misure coercitive ed interdittive “anche se applicate congiuntamente” sarebbero inidonee a fronteggiare l’esigenza cautelare ritenuta sussistente né in ordine alla inidoneità della misura degli arresti domiciliari con le procedure di controllo: sul punto, l’ordinanza si limita ad affermare, con motivazione apparente, l’inadeguatezza di ogni altra misura richiamando, in maniera generica e senza illustrare sul punto elementi di specifica valenza negativa, “la dimostrata incapacità di T. di una spontanea osservanza delle norme e prescrizioni”.

S’impone, quindi, l’annullamento dell’ordinanza impugnata con rinvio al Tribunale di Brescia, sezione per il riesame, per nuovo esame al fine di colmare il vizio motivazionale rilevato.

4. In sede di giudizio di rinvio il Tribunale valuterà anche la circostanza sopravvenuta (intervenuta condanna del ricorrente in relazione al delitto di cui all’art. 73, comma 5, d.P.R. n. 309/1990 con irrogazione della pena di anni 1 mesi 2 giorni 20 di reclusione ed euro 1.400,00 di multa) dedotta nella memoria difensiva del 22.12.2017, tenendo presente i seguenti principi di diritto: il divieto, ai sensi dell’art. 275, comma secondo bis, cod. proc. pen., di applicazione della misura cautelare della custodia in carcere, nel caso in cui il giudice ritenga che, all’esito del giudizio, la pena detentiva irrogata non sarà superiore a tre anni, non si estende agli arresti domiciliari o alle altre più tenui misure coercitive (Sez.6, n.29621 del 03/06/2016, Rv.267793; Sez.2, n.4418 del 14/01/2015, Rv.262377); i limiti di applicabilità della misura della custodia cautelare in carcere previsti dall’art. 275, comma secondo bis, secondo periodo, cod. proc. pen. (testo introdotto dal D.L. 26 giugno 2014, n. 92, convertito con modificazioni dalla legge 11 agosto 2014, n. 117) possono essere superati dal giudice qualora ritenga, secondo quanto previsto dal successivo comma terzo, prima parte, della norma citata, comunque inadeguata a soddisfare le esigenze cautelari ogni altra misura meno afflittiva (Sez.2, n.46874 del 14/07/2016,Rv.268143; Sez.4, n.43631 del 18/09/2015, Rv.264828; Sez.3, n.32702 del 27/02/2015, Rv.264261); il divieto, ai sensi dell’art. 275, comma secondo bis, cod. proc. pen. di applicazione della misura cautelare della custodia in carcere nel caso in cui il giudice abbia irrogato una pena detentiva inferiore a tre anni, non impedisce di adottare la più grave misura cautelare qualora ogni altra misura si riveli inadeguata e gli arresti domiciliari non possono essere disposti per mancanza del luogo di esecuzione (Sez.5, n.7742 del 04/02/2015, Rv.262838).

P.Q.M.

Annulla l’ordinanza impugnata con rinvio al Tribunale di Brescia, Sezione Riesame.

Così deciso il 9 gennaio 2018.

Depositata in Cancelleria l’8 febbraio 2018.