GUIDA IN STATO DI EBBREZZA: le Sezioni Unite sul termine per eccepire la nullità per mancata informazione dei diritti difensivi (c.p.p. artt. 178; 182; 186; disp.att. c.p.p. art. 114).

Chiamate a risolvere un contrasto giurisprudenziale, le Sezioni Unite della Suprema Corte hanno chiarito quale sia, ai fini dell’accertamento del reato di guida sotto l’influenza dell’alcool, il termine ultimo per proporre l’eccezione di nullità che deriva dall’omessa informativa, da parte degli agenti operanti, circa le facoltà difensive spettanti al conducente di un veicolo in procinto di essere sottoposto a test alcolimetrico.

L’Autore prende spunto dalla pronuncia in commento per segnalare una chiara svolta rispetto alle precedenti impostazioni ermeneutiche.

Sommario: La vicenda processuale – Il contrasto giurisprudenziale – La soluzione adottata dalle Sezioni Unite – Sulla nozione di “parte” ai sensi dell’art. 182 c.p.p. – Opposizione a decreto penale di condanna e sanatoria generale

La vicenda processuale

Il reato di guida in stato di ebbrezza fa capolino nelle aule giudiziarie con ripetitività costante, diventato ormai l’immagine di uno spaccato della società. Di certo, negli ultimi tempi, il profilo processuale più controverso nella giurisprudenza di legittimità risiede nella validità del suo procedimento accertativo.

Ripercorriamo sinteticamente la vicenda da cui è originato il procedimento.

Nel febbraio 2011, il conducente di un’autovettura veniva sottoposto dalla polizia stradale ad accertamento etilometrico: emersi gli estremi del reato contravvenzionale di cui all’art. 186, comma 2, lett. c), c. str., l’8 novembre si procedeva all’iscrizione della notizia di reato nell’apposito registro. Il giorno successivo veniva nominato un difensore di fiducia, il quale con memoria difensiva depositata il 30 novembre eccepiva una nullità ai sensi dell’art. 178, comma 1, lett. c), c.p.p.: l’indagato, infatti, non era stato avvisato dai Carabinieri della facoltà di farsi assistere da un difensore al momento dello svolgimento dell’alcooltest.

Ciononostante, il giudice per le indagini preliminari, su richiesta della Procura, aveva emesso decreto penale di condanna. Presentata opposizione ammissibile, il processo proseguiva con giudizio immediato.

Il Tribunale, accogliendo le reiterate eccezioni difensive, aveva dichiarato la nullità dell’accertamento e la conseguente inutilizzabilità dei risultati: l’eccezione di parte contenuta nella memoria depositata il 30 novembre 2011, in quanto “primo atto difensivo concretamente esperibile contestuale all’atto di nomina a difensore fiduciario”, era da ritenersi tempestiva. Posto che – come noto – in tema di guida in stato di ebbrezza, l’alcooltest costituisce la prova “regina” su cui si basa la responsabilità del conducente, il giudice del dibattimento aveva ritenuto mancante proprio la prova della condotta tipica e aveva assolto l’imputato per insussistenza del fatto(1). Ciò è coerente dopo la modifica della contravvenzione di guida in stato di ebbrezza intervenuta con il D.L. 3 agosto 2007, n. 117. L’originaria e unitaria fattispecie è stata, infatti, suddivisa in tre segmenti differenziati in base alla gravità della violazione, determinata quest’ultima dalla diversa consistenza del tasso alcolemico accertato: si è specificato, quindi, che, in caso di omessa effettuazione del test alcolimetrico, deve configurarsi la fattispecie più lieve di cui all’art. 186, comma 2, c. str., oggi integrante una sanzione amministrativa, in ossequio al principio del favor rei(2); il giudice può configurare ipotesi caratterizzate da più alti livelli alcolimetrici, ma la decisione deve essere sorretta da congrua motivazione(3).

Il ricorso per cassazione proposto dal procuratore generale aveva evocato, però, un diverso e – fino a quel momento – consolidato orientamento giurisprudenziale(4): l’eccezione di nullità proposta dalla difesa era da considerarsi tardiva perché non dedotta dall’imputato prima del compimento del test o immediatamente dopo, come prescritto dall’art. 182, comma 2, c.p.p.

Il contrasto giurisprudenziale

L’inquadramento giuridico delle attività di controllo sullo stato psico-fisico del conducente di un veicolo costituisce ineludibile punto di partenza.

L’informativa che riguarda il diritto all’assistenza del difensore, secondo quanto si ricava dall’art. 114 disp. att. c.p.p., deve essere fornita dalla polizia giudiziaria alla persona sottoposta alle indagini, se presente, ogni qualvolta ci si prepari a compiere un accertamento o un rilievo urgente diverso dalle ispezioni personali. Ciò detto, l’analisi dell’aria alveolare espirata tramite etilometro, cui può essere sottoposto l’indagato ai fini della verifica dei parametri considerati dall’art. 186, comma 2, c. str., è inquadrabile certamente fra gli “accertamenti urgenti e indifferibili” cui si riferisce la disposizione attuativa(5): qualora muova dalla ritenuta emersione di una notizia di reato, l’accertamento del tasso alcolemico rientra, quindi, tra le attività di polizia giudiziaria di cui all’art. 354, comma 3, c.p.p.(6). Alla luce dell’art. 356 c.p.p. si evince, inoltre, che in questi casi il difensore ha facoltà di assistere al compimento dell’atto, senza però “diritto di essere preventivamente avvisato” trattandosi di atto c.d. “a sorpresa”(7): la stessa Corte costituzionale ha iscritto l’accertamento in esame tra le “attività che non presuppongono necessariamente un indizio di reità e trovano giustificazione nella logica dell’irripetibilità”(8).

Un profilo non più controverso nella giurisprudenza di legittimità – e nella specie non oggetto di discussione – attiene alla qualifica dell’invalidità in esame: l’omessa informativa, configurata come obbligatoria per gli accertamenti urgenti, dà luogo, sicuramente, a una nullità di ordine generale concernente l’assistenza dell’indagato ai sensi dell’art. 178, comma 1, lett. c), c.p.p. e sottoposta a “regime intermedio”(9).

Diverse, invece, le opzioni interpretative quanto al limite temporale entro il quale proporre utilmente l’eccezione di nullità.

Posto che l’accertamento alcolimetrico presuppone la partecipazione di colui che vi è sottoposto, era opinione diffusa che trovasse applicazione il limite di deducibilità di cui all’art. 182, comma 2, primo periodo, c.p.p., il quale impone alla parte che assiste all’atto nullo di eccepire la violazione prima del suo compimento, ovvero, se ciò non è possibile, immediatamente dopo(10).

Un primo orientamento si è fondato su un’interpretazione rigorosa della lettera di questa disposizione: il limite preclusivo all’eccezione di nullità è individuato nel termine di compimento dell’atto. Ne consegue che, ben potendo il legale anche non assistere, il conducente sottoposto ad alcooltest dovrebbe in quella stessa sede sollevare l’eccezione, non ricorrendo facoltà processuali comportanti cognizioni tecniche professionali proprie del difensore(11).

Successivamente, sono andate sviluppandosi linee interpretative che presupponevano – per la proponibilità dell’eccezione – il contatto tra interessato e difensore, pur tuttavia, declinando differenti soluzioni quanto a modalità e tempistiche: all’indirizzo che richiede che l’intervento difensivo venga effettuato immediatamente al primo contatto con il difensore, anche ricorrendo ai sensi dell’art. 121 c.p.p. alle “memorie o richieste”(12), se ne è affiancato un altro che, rimarcando la possibile condizione d’ignoranza incolpevole dell’indagato circa l’esistenza del diritto violato, qualifica l'”avviso del deposito dell’atto” come il momento in cui il difensore, sia pure nominato d’ufficio, prende conoscenza dell’avvenuta violazione.

Detto altrimenti, il termine di cinque giorni fissato dall’art. 366 c.p.p. per l’esame degli atti di indagine individua il limite finale per la proposizione dell’eccezione(13).

Il giudice rimettente(14) ha proposto, infine, un’impostazione meno rigorosa, che muove da una lettura costituzionalmente orientata del combinato disposto degli artt. 354, 356, 366 c.p.p. e 114 disp. att. c.p.p.: valutato del tutto superfluo il richiamo all’art. 121 c.p.p., giunge all’opposta conclusione di considerare tempestiva l’eccezione di nullità sollevata con il primo atto procedimentale utile.

Pertanto, tenuto conto della brevità dei termini previsti dalla legge processuale per impugnare il provvedimento emesso inaudita altera parte, non può considerarsi intempestiva l’eccezione di nullità sollevata – come nel caso in esame – in sede di opposizione a decreto penale di condanna(15).

Tenuto conto della fattispecie delineata dall’ordinanza di rimessione e riconosciuta la presenza di orientamenti contrastanti sui vari aspetti rilevati, il massimo Collegio è stato investito della seguente questione: se la nullità in parola possa ritenersi non più deducibile ove non eccepita dal diretto interessato prima o immediatamente dopo il compimento dell’atto ai sensi dell’art. 182, comma 2, c.p.p.; ovvero, se di tale eccezione debba considerarsi onerato il solo difensore, quale sia in tale ipotesi il termine oltre il quale si verifica la conseguenza della non deducibilità della nullità.

La soluzione adottata dalle Sezioni Unite

Posto che il potere-dovere di eccezione di un vizio processuale grava sul soggetto abilitato alla difesa tecnica, la Cassazione ha chiarito che la nullità, verificatasi prima del giudizio in sede di accertamento alcolimetrico, “può essere tempestivamente dedotta, a norma del combinato disposto degli artt. 180 e 182, comma 2, secondo periodo, c.p.p., fino al momento della deliberazione della sentenza di primo grado”. Escluso, quindi, che possano trovare applicazione i termini stringenti di cui al primo periodo del comma 2 dell’art. 182 c.p.p., non vi sarebbe la “base normativa” per ancorare il limite di tempestività della deduzione di nullità al momento immediatamente successivo alla nomina del difensore, per mezzo di “memorie o richieste”, o a quello della scadenza del termine di cinque giorni dal deposito dell’atto di indagine ai sensi dell’art. 366 c.p.p., o ancora a quello del compimento del primo atto successivo del procedimento.

La fattispecie in commento deve essere ricondotta agli “altri casi” di cui al secondo periodo del comma 2 dell’art. 182 c.p.p., in particolare a quelli che, durante le fasi di svolgimento dell’atto, sono sguarniti di assistenza difensiva: il rinvio espresso all’art. 180 c.p.p. fa sì, quindi, che la deliberazione della sentenza di primo grado costituisca il termine ultimo per rilevare e dedurre le nullità verificatesi nel corso delle indagini preliminari(16). Eccezioni di nullità proposte fino a tale limite temporale sono da considerarsi tempestive: così, nel caso di specie, la tempestività dell’eccezione discende dal deposito della memoria poco dopo la nomina del difensore e da altra successiva, e comunque dall’atto di opposizione al decreto penale.

Il merito delle Sezioni Unite è di aver ampliato, in modo coerente al dettato normativo, il raggio d’azione della deduzione, individuando nella deliberazione di primo grado un momento processuale ben definito.

A ben vedere, tuttavia, la questione così delineata ha una portata più ampia: a prescindere dalla riconosciuta applicabilità dell’art. 182, comma 2, secondo periodo, c.p.p., il massimo Collegio non chiarisce se il giudice abbia il dovere o la facoltà di rilevare d’ufficio la nullità non tempestivamente dedotta dalla parte.

Merita allora ricordare una recente pronuncia della Cassazione che, in tema di nullità a regime intermedio, ha affermato che l’invalidità non s’intende sanata automaticamente per effetto della decadenza della parte dalla possibilità di eccepirla ai sensi dell’art. 182, comma 2, c.p.p., in quanto il giudice ha, in ogni caso, il potere di rilevarla d’ufficio nei più ampi termini di cui all’art. 180 c.p.p.: la parte che decade può sollecitare il giudice all’esercizio dei suoi poteri officiosi, ma “non essendovi per questi l’obbligo del rilievo della nullità, l’omessa sua declaratoria non è sindacabile”(17).

L’art. 180 c.p.p. prevede, quindi, un’interazione tra il comportamento della parte e quello del giudice: quest’ultimo sarebbe “condizionato dal primo alla declaratoria di nullità e […] facoltizzato quanto ai residui spazi, come se la mancata iniziativa della parte costituisse una premessa per il non esercizio del dovere di rilevazione”(18).

Su questo profilo non è dato registrare un indirizzo univoco(19), e posto che, nella sentenza in esame, i giudici di legittimità si limitano ad affermare che “spetta comunque in primo luogo al giudice, garante della regolarità del processo, dichiarare le nullità incorse nel procedimento” qualora ne abbia avuto contezza, non vi sono elementi sufficienti per disconoscere l’orientamento che attribuisce al giudice una mera facoltà di rilevazione.

Sulla nozione di “parte” ai sensi dell’art. 182 c.p.p.

La pronuncia in commento ha il pregio, peraltro, di aver sciolto un nodo essenziale: ci si è chiesti, infatti, se l’indagato, presente al compimento dell’atto e destinatario dell’avviso di cui all’art. 114 disp. att. c.p.p., possa esaurire il concetto di “parte” o se tale locuzione si riferisca al soggetto processualmente deputato all’assistenza tecnica. Il quesito ha dato spunto, infatti, alla tesi secondo la quale non è possibile pretendere un’immediata eccezione se non in presenza di un soggetto qualificato a proporla.

Una volta impostato il ragionamento in questi termini, si può concludere che l’art. 182, comma 2, c.p.p. – lì dove richiama la presenza della “parte” – ha inteso disciplinare non già il caso in cui all’atto partecipi l’indagato, ma le diverse ipotesi in cui a intervenire sia anche il difensore: la locuzione “vi assiste” – e non “vi partecipa” – pare riferirsi, infatti, tanto alla presenza fisica quanto all’assistenza tecnica che solo l’avvocato può esercitare durante il compimento di un atto procedimentale.

Più generalmente, la Suprema Corte ha escluso che una qualsiasi nullità debba essere personalmente eccepita dal soggetto indagato o imputato, non solo nell’immediatezza dell’atto nullo ma anche successivamente: egli, infatti, non ha, o si presume per legge che non abbia, le conoscenze tecniche indispensabili per apprezzare che l’atto non è conforme alle regole processuali, né tanto meno che esiste un termine oltre il quale l’eccezione di nullità è preclusa.

Se si rifiutasse tale impostazione non si comprenderebbe come l’invalidità, consistente nell’omesso avviso circa le facoltà difensive, possa essere colta e fatta valere dall’interessato personalmente in occasione della partecipazione all’atto: pare illogico che, per un verso, l’art. 114 disp. att. c.p.p. presupponga la necessità che l’indagato sia avvisato circa la facoltà di farsi assistere e, per altro verso, si ritenga possibile che il medesimo soggetto conosca le sue prerogative difensive, al punto di sollevare autonomamente l’eccezione di nullità (20).

Sulla scorta di queste considerazioni le Sezioni Unite hanno affermato che, a ben vedere, la nullità non discende direttamente dall’omessa informativa di cui all’art. 114 disp. att. c.p.p. “ma dalla presunta non conoscenza da parte dell’indagato della facoltà di farsi assistere da un difensore, alla quale l’avvertimento è preordinato”.

Ciò significa, peraltro, che “se per avventura l’indagato comunicasse ai pubblici ufficiali operanti la sua intenzione di avvisare il difensore dell’atto urgente che si sta per compiere”, il mancato previo avviso di tale facoltà da parte della polizia giudiziaria non determinerebbe la nullità dell’atto.

In ultima analisi, attribuire il potere-dovere di sollevare l’eccezione di nullità alla persona sottoposta alle indagini determinerebbe un’inevitabile tensione con l’effettività della difesa tecnica: principio quest’ultimo che, nel bilanciamento con altri interessi, è stato più volte ritenuto prevalente dalla giurisprudenza costituzionale(21).

A sostegno di questo indirizzo, oltretutto, rileva il tenore letterale dell’art. 182, comma 2, c.p.p. laddove si riferisce alla nozione di “parte” e non a quella di “indagato/imputato”: genericità terminologica che mal si giustifica, peraltro, in un ambito delicato qual è quello inerente all’invalidità degli atti(22).

La stessa pronuncia in esame ricorda, inoltre, che il nostro ordinamento si fonda sulla necessaria assistenza di un difensore nel corso del procedimento e privilegia la difesa tecnica rispetto all’autodifesa: l’indagato o l’imputato, quindi, può svolgere personalmente solo quegli atti che il codice espressamente gli riserva o per i quali prevede la possibilità di una proposizione disgiunta dal difensore. Al di fuori dei tassativi spazi di intervento “autodifensivo”, la persona accusata di un reato non può svolgere attività di difesa tecnica, essendo quest’ultima imprescindibile apporto dell’esperto di diritto abilitato alla professione legale(23).

Accanto a questi rilievi si osserva, infine, che le Sezioni Unite(24) avevano già esaminato il concetto di “parte” con riferimento all’art. 182 c.p.p.: in quel caso, il massimo Collegio aveva chiarito che il codice prospetta il termine “parte” con riferimento al difensore.

Detto altrimenti, la componente essenziale e minima di tale concetto va individuata nella figura dell’avvocato: quindi, la sola presenza dell’indagato al compimento dell’atto non qualifica quest’ultimo come svolto alla presenza della “parte”.

Da questa pronuncia, tuttavia, la giurisprudenza successiva – ponendo l’accento soltanto su un profilo di questa argomentazione – aveva tratto conclusioni limitative e indifferenti alle complessive specificazioni in essa contenute: il termine “parte” era stato riferito, infatti, non tanto al soggetto che la costituisce, quanto all’interesse processuale che rappresenta (25).

Quindi, come si legge nella sentenza in esame, l’indagato o l’imputato è certamente abilitato a rappresentare personalmente fatti dai quali possono emergere profili di irregolarità del processo, ma in alcun modo può essere destinatario di un onere di “eccezione di nullità” dal mancato assolvimento del quale possono derivare preclusioni o decadenze.

Opposizione a decreto penale di condanna e sanatoria generale

Il principio di diritto enunciato dalle Sezioni Unite induce a tenere in considerazione la specialità del rito da cui si è originato il processo.

Occorre chiedersi se l’omessa deduzione dell’invalidità nell’atto di opposizione a decreto penale di condanna possa chiamare in causa la sanatoria generale di cui all’art. 183, comma 1, lett. a), c.p.p.: tale omissione potrebbe lasciar intendere che la parte(26) abbia rinunciato espressamente a eccepire la nullità conseguente all’omesso avviso di cui all’art. 114 disp. att. c.p.p. ovvero abbia accettato – anche tacitamente – gli effetti dell’alcooltest.

Gli oneri di cui all’art. 182, comma 2, c.p.p., fondati sul principio di lealtà processuale, e la disciplina delle sanatorie, funzionale, invece, alla conservazione degli effetti degli atti, sembrano trovare una loro ragion d’essere nell’esigenza di rimediare alle invalidità e prevenirle(27), ma soprattutto di impedire ritardi strumentali del procedimento(28).

Come noto, l’accettazione tacita degli effetti di un atto si atteggia alla stregua di un tipico comportamento per facta concludentia, in cui però è insita una manifestazione di volontà della parte, il che presuppone la consapevolezza del vizio: ciò significa che non basta a tal fine la semplice inerzia del titolare del diritto di eccezione(29).

A tal proposito, viene in rilievo un precedente giurisprudenziale: posto che le nullità di ordine generale (non assolute) sono suscettibili di sanatoria ai sensi dell’art. 183 c.p.p., la proposizione dell’opposizione a decreto penale di condanna senza denunciare i difetti della notifica, costituisce accettazione sanante degli effetti dell’atto ex art. 183, comma 1, lett. a), c.p.p.(30).

Va chiarito, peraltro, se la notifica del decreto penale di condanna sia in grado di rendere edotta la parte dell’esistenza di un vizio procedurale.

In dottrina si è detto che la notificazione del decreto segna l’inizio della decorrenza dei quindici giorni disponibili per la proposizione dell’opposizione e conduce alla “piena ‘normalizzazione’ del procedimento”(31): in altri termini, questo lasso temporale sarebbe idoneo a mettere l’imputato, per meglio dire il difensore, ancorché nominato d’ufficio, nelle condizioni di realizzare “tutte” quelle istanze dialettiche prima negategli dalla specialità del rito(32).

A ben vedere, tuttavia, l’interrogativo delineatosi sullo sfondo richiede di affrontare il tema della natura giuridica dell’atto di opposizione.

Due le tesi interpretative che si confrontano: da un lato, chi considera tale atto come un gravame puro(33); dall’altro lato, chi – malgrado l’indubbia vicinanza strutturale al sistema delle impugnazioni – lo qualifica come un rimedio giuridico processuale(34).

Parte della giurisprudenza, nel disciplinare l’opposizione a decreto penale richiama i principi e le regole propri del sistema delle impugnazioni ordinarie(35): in base a un’analogia di sistema, quindi, le fattispecie di inammissibilità previste dall’art. 591 c.p.p. concorrono con quelle disciplinate dall’art. 461, comma 4, c.p.p.(36).

Non sfuggirà come l’accoglimento di una simile impostazione induca a concludere che anche l’atto di opposizione debba recare l’enunciazione dei motivi di impugnazione (art. 581, comma 1, lett. c, c.p.p.): il mancato rispetto di tale onere equivarrebbe a una rinuncia della parte, ex art. 183, comma 1, lett. a), c.p.p., a eccepire le invalidità verificatesi prima del giudizio.

Si è detto, infatti, che un rimedio contro l’ingiustizia di una decisione che non passi attraverso la postulazione di concrete cause di ingiustizia darebbe vita a una “contestazione puramente formale che non ha alcun senso”(37).

Merita osservare, infine, che secondo la giurisprudenza di legittimità, precludere all’imputato la possibilità di chiedere nel giudizio conseguente all’opposizione, il giudizio abbreviato, l’applicazione della pena su richiesta o l’oblazione, è una scelta “dettata dalla peculiarità del rito e dalla conseguente esigenza di celere definizione del procedimento, che rende necessaria l’immediata specificazione delle sue scelte processuali, in relazione alle quali derivano incombenti diversi”(38). Il ricorso all’istituto dell’acquiescenza pare, quindi, coerente con la finalità di scoraggiare opposizioni infondate o dilatorie(39).

Nonostante l’opera di ristrutturazione compiuta dal “nuovo” codice di procedura penale, non può, tuttavia, trascurarsi che l’opposizione al decreto, quale “occasione per restituire all’imputato non più solo il dibattimento mancato, ma in generale ogni tipo di domanda giudiziale riconosciutagli dall’attuale sistema”, abbia mantenuto i suoi tratti distintivi, contrassegnati dalla superfluità di un sia pur minimo apparato motivazionale(40).

Così, se si propendesse per l’interpretazione che riduce l’opposizione a mera forma di espressione del dissenso dell’interessato all’ipotesi punitiva propostagli ovvero a rimedio processuale diretto alla revoca del decreto opposto e alla sola instaurazione di un giudizio nelle forme ordinarie, non potrebbe chiamarsi in causa alcuna forma di acquiescenza del vizio: l’atto di opposizione costituirebbe, infatti, esso stesso una “non accettazione espressa” dell’intero procedimento (per decreto), e ciò a prescindere dall’indicazione dei motivi. Detto altrimenti, l’omessa deduzione nell’atto oppositivo della nullità verificatasi prima del giudizio, non varrebbe a considerare sanato il vizio del test alcolimetrico.

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(1) V. Gius. Amato, Nota a Cass., Sez. IV, ord. 21 ottobre 2014, P.G. in proc. Bianchi, in Guida dir., 2014, 46, 73. Merita sottolineare che l’accertamento del reato di guida in stato di ebbrezza non avviene necessariamente, né unicamente, attraverso la strumentazione e le procedure indicate dal Regolamento di esecuzione e di attuazione del nuovo codice della strada (d.P.R. 16 dicembre 1992, n. 495). Cfr., per tutte, Cass., SS.UU., 5 febbraio 1996, n. 1299, Cirigliano, in Foro it., II, 1996, 641 ss., la quale convalida l’indirizzo maggioritario circa l’utilizzabilità di dati esteriori connessi al comportamento del conducente rivelatori di uno stato di alterazione e conseguentemente nega all’accertamento strumentale la natura di “prova legale”.

(2) Cfr., tra le altre, Cass., Sez. IV, 19 novembre 2008, n. 43313, Giani, in Guida dir., 2008, 49, 88.

(3) V. Cass., Sez. IV, 23 aprile 2013, n. 18375, Rinaldi, inedita; Cass., Sez. IV, 12 luglio 2012, n. 27940, Grandi, in CED, n. 253598.

(4) Da ultima, Cass., Sez. IV, 3 settembre 2013, n. 36009, Martelli, in CED, n. 255989.

(5) Cfr., ex multis, Cass., Sez. IV, 16 luglio 2004, n. 31333, Siciliano, in Guida dir., 2004, 41, 67. Cass., Sez. V, 27 maggio 1996, n. 5276, Maccari, in Riv. it. med. leg., 1998, 1165 ss., riconosce che l’urgenza dell’attività della polizia stradale trae la sua legittimazione proprio dalla “naturale alterabilità, modificabilità e tendenza alla dispersione degli elementi di fatto che sono oggetto dell’analisi alcolimetrica”.

(6) Sulla natura amministrativa o processuale dell’alcooltest, v. Cass., Sez. IV, 11 marzo 2008, n. 10850, Rizzi, in CED, n. 239404. In dottrina, cfr. D. Curtotti, Rilievi e accertamenti tecnici, Padova, 2013, 99 ss.

(7) Si consideri che l’inizio delle operazioni non è subordinato all’arrivo del legale preventivamente avvisato: da un lato, il tasso alcolemico, per essere riferibile alla condotta di guida, deve essere accertato nell’immediatezza del controllo; dall’altro, l’espressa esclusione del diritto del difensore al preavviso esprime proprio la possibilità di iniziare il test già prima che arrivi sul posto (sul punto, cfr. D. Potetti, Incertezze della Cassazione sull’applicazione dell’art. 366 c.p.p. agli accertamenti della guida in stato di ebbrezza, in Cass. pen., 2008, 2551 ss.).

(8) Corte cost. 12 giugno 1996, n. 194, in Giur. cost., 1996, 1773. Per procedere all’accertamento non sarebbe necessaria neppure la nomina di un difensore d’ufficio (così, Cass., Sez. IV, 19 febbraio 2014, n. 7967, Zanutto, in CED, n. 258614; Cass., Sez. IV, 1° ottobre 2012, n. 38003, Avventuroso, ivi, n. 254374; Cass., Sez. IV, 28 luglio 2006, n. 26738, Belogi, in Riv. pen., 2007, 561).

(9) Cfr., tra le altre, Cass., Sez. IV, 15 novembre 2012, n. 44840, Tedeschi, in CED, n. 254959; Cass., Sez. IV, 26 novembre 2009, n. 45621, Moretti, ivi, n. 245462.

(10) Così, ex multis, Cass., Sez. IV, 13 luglio 2007, n. 27736, Nania, in CED, n. 236933. Peraltro, si erano già registrate pronunce che avevano ignorato la preclusione di cui all’art. 182 c.p.p.: v. Cass., Sez. V, 2 aprile 2003, n. 20271, Annibaldi, in Cass. pen., 2005, 920, secondo la quale la nullità a regime intermedio che deriva dalla violazione dell’obbligo informativo sui diritti difensivi, essendo afferente alla fase delle indagini preliminari, è sanata se non eccepita tempestivamente entro il giudizio di primo grado. Critico sulla sostanziale disapplicazione dell’art. 182 c.p.p., P. Di Geronimo, Il controverso regime della preclusione a dedurre la nullità dell’atto compiuto alla presenza dell’indagato, in Cass. pen., 2014, 962.

(11) In tal senso, Cass., Sez. IV, 3 settembre 2013, n. 36009, Martelli, cit., conclude per la sanatoria della suddetta nullità in quanto non eccepita dalla parte immediatamente dopo il compimento dell’alcooltest: l’invalidità in parola può essere rilevata anche d’ufficio, ma ciò non è più possibile quando la parte sia decaduta dalla possibilità di proporre la relativa eccezione e comunque quando la nullità si sia sanata.

(12) Cfr. Cass., Sez. IV, 25 marzo 2014, n. 13999, Pittiani, in CED, n. 259693; Cass., Sez. IV, 22 luglio 2013, n. 31358, Rotani, ivi, n. 256213; Cass., Sez. IV, 25 gennaio 2007, n. 2584, Bradaschia, ivi, n. 236007, per le quali è tardiva l’eccezione di nullità che deriva dall’omesso avviso, allorché la parte, invece di sollevare l’eccezione immediatamente dopo il compimento dell’atto, abbia atteso il compimento di un successivo atto del procedimento. Per alcuni rilievi critici, v. A. Procaccino, Alle Sezioni Unite la nullità per l’omesso avviso sui diritti difensivi in caso di alcoltest: verso una procedura penale dell’automobilista?, in Arch. pen., 2014, rivista web, 3, 11 ss.

(13) Si tratta del filone consolidatosi in relazione all’omesso avviso della facoltà di farsi assistere nel corso di perquisizioni e sequestri: in tal senso, v. Cass., Sez. III, 18 aprile 2012, n. 14873, Rispo, in CED, n. 252397; Cass., Sez. II, 16 maggio 2011, n. 19100, Syll Mohamadou, ivi, n. 250191. Cfr. P. Di Geronimo, op. cit., 964, il quale, pur riconoscendo dei meriti a questo orientamento, considera il suo effetto pratico lesivo del diritto di difesa. Sul rapporto tra art. 366 c.p.p. e accertamento dello stato di ebbrezza, v. M. Bordieri, Sull’omesso avviso al difensore del deposito del verbale dell’alcoltest compiuto dalla polizia giudiziaria di un conducente di autoveicolo, in Cass. pen., 2006, 1007 ss.; D. Potetti, op. cit., 2552 ss.; S. Renzetti, Guida in stato di ebbrezza: quando la violazione delle garanzie difensive invalida il test, in Giur. mer., 2011, 1067 ss.

(14) Cass., Sez. IV, ord. 21 ottobre 2014, n. 43847, P.G. in proc. Bianchi, in www.archiviopenale.it.

(15) Così, Cass., Sez. V, 27 febbraio 2012, n. 7654, Masella, in CED, n. 252172; Cass., Sez. III, 26 giugno 2009, n. 26588, Di Sturco, ivi, n. 244370; Cass., Sez. III, 14 settembre 2005, n. 33517, Rubino, ivi, n. 233164, secondo le quali è tempestiva, seppure sollevata per la prima volta con la richiesta di riesame di una misura cautelare, l’eccezione di nullità per omesso avviso all’indagato della facoltà di farsi assistere da un difensore nel corso delle operazioni di sequestro svolte dalla polizia giudiziaria.

(16) V. P. P. Paulesu, sub Art. 180 c.p.p., in Commentario breve al codice di procedura penale, a cura di G. Conso – G. Illuminati, 2ª ed., Padova, 2015, 641, il quale fa notare che la formula “dopo la deliberazione della sentenza” implica che i tempi di deduzione e di rilevazione della nullità intermedia non coincidano: in camera di consiglio il giudice potrebbe ancora rilevare una nullità che le parti non avrebbero più l’opportunità di dedurre; il vero termine per queste ultime sarebbe costituito, quindi, dalla chiusura del dibattimento o della discussione.

(17) Così, Cass., Sez. IV, 17 ottobre 2013, Policastro, in Guida dir., 2014, 1, 52 ss. con commento di Gius. Amato, Al giudice è consentito rilevare d’ufficio l’invalidità anche se la parte non ha più possibilità di eccepirla. In tal senso, anche Cass., Sez. VI, 1° aprile 2011, n. 13402, D.N.I., in CED, n. 249912, secondo la quale il giudice non ha l’obbligo di rilevare le nullità d’ordine generale e a regime intermedio rispetto alle quali la parte interessata sia decaduta dalla facoltà di deduzione. Per un approfondimento, v. O. Dominioni, sub Art. 180 c.p.p., in AA.VV., Commentario del nuovo codice di procedura penale, diretto da E. Amodio – O. Dominioni, II, Milano, 1989, 286, secondo il quale l’art. 182 c.p.p. non allude a un'”eccezione” in senso tecnico, che consiste nel potere di una parte di condizionare l’invalidazione di un atto, ma fa riferimento a un atto di “deduzione” con cui la parte impedisce la sanatoria della nullità ancorché non dichiarata dal giudice nei termini di cui all’art. 180 c.p.p. In questi termini anche G. Magliocca, sub Art. 180 c.p.p., in AA.VV., Atti processuali penali. Patologie, sanzioni, rimedi, diretto da G. Spangher, Milano, 2013, 779.

(18) In questi termini, C. Taormina, Diritto processuale penale, vol. II, Torino, 1995, 418, secondo il quale la mancata iniziativa della parte dimostra disinteresse e intento di sottrarre il giudice all’obbligo di rilevazione.

(19) V. Cass., Sez. VI, 6 novembre 1995, n. 3604, Ronchetti, in Arch. n. proc. pen., 1996, 109, secondo la quale una volta verificatasi la decadenza prevista dall’art. 182, comma 2, c.p.p., rimarrebbe preclusa anche la possibilità del rilievo officioso del giudice.

(20) La proposizione di eccezioni in senso proprio riguarderebbe aspetti tipicamente rientranti nel concetto di difesa tecnica (in tal senso, v. Cass., Sez. III, 26 giugno 2009, n. 26588, Di Sturco, in Cass. pen., 2010, 1861).

(21) Cfr. Corte cost. 17 giugno 1975, n. 162, in www.cortecostituzionale.it e Corte cost. 16 aprile 2002, n. 120, in Giur. cost., 2002, 930 ss. A. Procaccino, op. cit., 11, rileva che “imporre in capo all’interessato un onere di conoscenza e di attivazione, significherebbe sbilanciare quell’equilibrio tra interessi, poteri e diritti che il legislatore ha già valutato ‘a monte'”: una simile impostazione porterebbe di fatto a un’abrogazione tacita dell’art. 114 disp. att. c.p.p. in relazione alle attività previste dall’art. 186 c. str., e a uno spoglio della legittimazione a eccepire l’invalidità in capo al difensore.

(22) V., in tal senso, P. Di Geronimo, op. cit., 965 ss.

(23) In questi termini, Cass., Sez. VI, 1° febbraio 2002, n. 3927, Eddif, in CED, n. 220996. Sul punto, cfr. anche A. Marandola, Rimessa alle Sezioni Unite la determinazione del termine ultimo per sollevare la nullità dell’alcoltest espletato in violazione dell’art. 114 disp. att. c.p.p., in Arch. pen., 2014, rivista web, 3, 5.

(24) Cass., SS.UU., 8 ottobre 2009, n. 39060, Aprea, in Cass. pen., 2010, 895 ss.

(25) Così, Cass., Sez. IV, 3 settembre 2013, n. 36009, Martelli, cit.; analogamente, v. Cass., Sez. IV, 3 settembre 2013, n. 36010, S.K. e Cass., Sez. IV, 3 settembre 2013, n. 36011, P.S., inedite, secondo le quali il logos “parte” distingue concettualmente “le persone accomunate da uno stesso interesse e perciò gli oneri e le facoltà connessi alla posizione”. V. P. Di Geronimo, op. cit., 967.

(26) M. Panzavolta, Nullità degli atti processuali: II) Diritto processuale penale, in Enc. giur., XXIII, 2005, 13, ritiene che bisogna guardarsi dall’attribuire al termine un significato costante: in questo caso, posto che l’opposizione è atto proponibile sia dall’imputato personalmente, sia dal difensore, “parte” indica alternativamente entrambi i soggetti.

(27) A. Galati, voce Nullità (diritto processuale penale), in Enc. dir., XXVIII, Napoli, 1978, 929.

(28) G.P. Voena, Atti, in AA.VV., Compendio di procedura penale, a cura di G. Conso – V. Grevi – M. Bargis, 7ª ed., Padova, 2014, 307.

(29) Così, G.P. Voena, op. cit., 308, secondo il quale, benché la giurisprudenza tenda a sovrapporre i due profili, la sanatoria di cui all’art. 183, comma 1, lett. a), c.p.p. non ha nulla a che fare con il mero fatto obiettivo della mancata eccezione o deduzione della nullità nel termine stabilito ex lege.

(30) In tal senso, v. Cass., Sez. V, 29 dicembre 1994, n. 4969, Spitaleri, in Arc. n. proc. pen., 1995, 680.

(31) Così, S. Ruggeri, Il procedimento per decreto penale. Dalla logica dell’accertamento sommario alla dinamica del giudizio, Torino, 2008, 81-82.

(32) L’effettività della difesa si rinviene nell’obbligo di notifica del decreto anche al difensore d’ufficio (in tal senso, Cass., Sez. V, 16 maggio 2003, Losi, in CED, n. 226124). Sul punto, v. G. Piziali, Il procedimento per decreto, in AA.VV., I procedimenti speciali in materia penale, a cura di M. Pisani, Milano, 2003, 513.

(33) In Cass., Sez. III, 4 dicembre 2000, Vutano, in Giur. it., 2001, 1452, si legge che “non vi è dubbio […] che l’opposizione a decreto penale di condanna costituisca un mezzo ordinario di impugnazione”. In dottrina, ritiene trattasi di impugnazione, F. Cordero, Procedura penale, 9ª ed., Milano, 2012, 1084.

(34) Così, G. Nicolucci, Il procedimento per decreto penale, Milano, 2008, 102, secondo il quale l’atto di opposizione mira a conseguire, “non un risultato decisorio, ma il recupero di uno svolgimento tipico del processo”; Id., Decreto penale, in Dig. disc. pen., III Agg., I, 2005, 343-344. Sulla natura giuridica dell’opposizione, v. anche B. Bocchini, Condanna per decreto, in AA.VV., La giustizia penale differenziata. I procedimenti speciali, coord. da F. Giunchedi, I, Torino, 2010, 583 ss.; R. Bonsignori, Procedimento per decreto, in Dig. disc. pen., X, Torino, 1995, 117, la quale lo considera un mero escamotage dilatorio della fase difensiva, per cui il decidente non può essere in alcun modo limitato nel riesame della quaestio; A. Chiliberti, Il decreto penale, in AA.VV., Manuale pratico dei procedimenti speciali, 2ª ed., Milano, 1994, 105 ss.; P. Ventura, Il procedimento per decreto penale, Milano, 2008, 107 ss.

(35) Cfr. A. Marandola, sub Art. 461 c.p.p., in Codice di procedura penale commentato, a cura di A. Giarda – G. Spangher, I, 4ª ed., Milano, 2010, 6121 ss.

(36) V. in tal senso, Cass., Sez. III, 30 novembre 1998, n. 2737, Preisser, in Cass. pen., 2000, 92; Cass., Sez. III, 4 dicembre 1997, n. 3518, Neotti, ivi, 1999, 906.

(37) Così, S. Ruggeri, op. cit., 144-145.

(38) Recentemente ribadito da Cass., Sez. III, 9 febbraio 2015, n. 5735, G.D., in CED, n. 261885.

(39) Cfr., peraltro, G. Piziali, op. cit., 518, secondo il quale l’inapplicabilità del principio di reformatio in peius, vigente invece nel giudizio di appello, sottende l’intento del legislatore di accrescere la consapevolezza dell’opponente rispetto ai rischi cui l’opposizione può condurre.

(40) In questi termini, S. Ruggeri, op. cit., 127. Nel senso che la specificità dei motivi d’opposizione va intesa in modo meno rigoroso rispetto allo standard richiesto per i motivi di impugnazione, cfr. Cass., SS.UU., 4 maggio 1968, Ianna, in Mass. Cass. pen., 1969, 48. Su questo aspetto, anche Cass., Sez. III, 1° febbraio 1997, n. 4220, Deiana, in Cass. pen., 1998, 839. V. ancora, Relazione al progetto preliminare del nuovo codice di procedura penale, in AA.VV., Il nuovo codice di procedura penale. Dalle leggi delega ai decreti delegati, IV, a cura di G. Conso – V. Grevi – G. Neppi Modona, Padova, 1990, 1063; E. Amodio, Opposizione a decreto penale, onere di indicazione dei motivi e diritto di difesa, in Giur. cost., 1973, 107 ss.

Ringraziamo l’Avv. Antonio MEZZOMO per aver contribuito alla realizzazione del presente articolo.

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