No alle perquisizioni ai giornalisti per identificare le fonti confidenziali. Per la Cedu la libertà di stampa prevale.

E’ un’illecita, arbitraria e sproporzionata ingerenza dello Stato perquisire una redazione per identificare le fonti di un reportage contro le forze armate, basato su documenti interni coperti da segreto.

In alcuni casi tale tutela prevale anche sui doveri d’ufficio (lealtà, riservatezza etc.) dei pubblici dipendenti.

I ricorrenti sono tre redattori e tre giornalisti investigativi di un noto settimanale che, nel 2007, avevano curato e pubblicato un reportage, fondato su documenti interni confidenziali, coperti da segreto, ricevuti da personale militare, in cui denunciavano che le forze armate classificavano i giornalisti ed i loro articoli in favorevoli e contrari e sulla base di questi criteri avevano effettuato una selezione di cronisti da invitare agli eventi pubblici ed ai briefings con le ONG “amiche”.

Il pezzo criticava questa discriminazione e l’ingerenza delle forze armate nella vita pubblica, rectius “nella politica generale”, sollevando dubbi in proposito.

Per ritorsione, su denuncia del capo di stato maggiore ad un tribunale militare, pochi giorni dopo tale pubblicazione, subirono una perquisizione di tutti i locali del giornale ed il sequestro indiscriminato di 46 pc (professionali e privati), delle copie cartacee e digitali dei loro contenuti, di programmi per il computer, degli archivi su qualsiasi supporto, anche informatico, senza fare alcuna distinzione tra i documenti rilevanti ai fini dell’indagine e quelli strettamente privi di attinenza e/o personali dei ricorrenti, al fine d’individuare chi aveva diffuso queste informazioni coperte da segreto.

È per questo motivo che le Corti interne hanno confermato la loro liceità, ribadendo che la libertà di stampa, in certe circostanze, come questa, è soggetta a restrizioni.

La CEDU è stata di diverso avviso, riconoscendo ai ricorrenti un indennizzo, per il danno morale, tra €.500 ed €.2750.

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