Patteggia reati fiscali. Può andare a caccia? Per il Consiglio di Stato sì!

(Consiglio di Stato, sez. III, sentenza 12 luglio 2016, n. 3092)

Fatto e diritto

1. Con decreto in data 22 maggio 2007, n. 9117 D.D.A., il Prefetto di Brescia ha vietato all’appellante (già ricorrente) di detenere armi e munizioni, ai sensi dell’art. 39, TULPS con riferimento alla pendenza di un procedimento penale per reati finanziari ( emissione di fatture false per evasione tributi).

A conclusione del giudizio, con rito abbreviato, con la sentenza 29 novembre 2007 n.1251 il GUP presso il Tribunale di Brescia ha condannato l’appellante alla pena di anni due e mesi nove di reclusione per il reato di frode fiscale continuata mediante emissione di fatture false, nonché associazione per delinquere finalizzata allo stesso reato.

Dopo la definizione del processo penale, dapprima, il Questore di Brescia con decreto 14 marzo 2008 respingeva la nuova istanza di licenza di porto di armi ad uso caccia (presentata dall’interessato il 25 gennaio 2008) con riferimento al perdurante divieto prefettizio di detenzione di armi e munizioni e, di poi, lo stesso Prefetto respingeva la nuova istanza di licenza di detenzione di armi ( presentata dall’interessato il 7 maggio 2008) con nota 19 maggio 2008, n.9117, DDA per mancanza del requisito di adeguata affidabilità nella detenzione delle armi senza abusarne.

2. Con ricorso al T.A.R. Lombardia, Sezione di Brescia (R.G. 799/2008), l’interessato ha impugnato il nuovo provvedimento prefettizio, chiedendone l’annullamento con tre motivi.

L’Amministrazione, costituitasi in quella sede, preliminarmente ha eccepito che il ricorso era inammissibile in quanto proposto contro un atto del Prefetto “meramente confermativo” del precedente diniego di cui al decreto prefettizio maggio 2007, che non era stato impugnato.

3. Il T.A.R. Brescia, con sentenza n. 1507/2009, respinta l’eccezione di inammissibilità, ha rigettato il ricorso nel merito, osservando che, stante la sentenza penale di condanna, il diniego di detenere armi non appariva manifestamente illogico o immotivato.

4. L’interessato ha proposto appello davanti a questo Consiglio, sostenendo – in sintesi – che la natura del reato addebitatogli (frode fiscale mediante la formazione di fatture per operazioni inesistenti) non giustificherebbe la presupposta minore affidabilità nella detenzione delle armi.

L’Amministrazione si e’ costituita con un atto di mera forma.

5. Il Collegio osserva che nella presente controversia si e’ formato il giudicato interno riguardo al problema dell’ammissibilità del ricorso di primo grado.

Infatti il rigetto della relativa eccezione non e’ stato impugnato da chi avrebbe avuto interesse a farlo, ossia l’Amministrazione.

Ne discende che e’ passato in giudicato anche quanto affermato al riguardo nella sentenza appellata: e cioè che non è fondata l’eccezione di irricevibilità del ricorso (sollevata dalla Amministrazione resistente), atteso che “il ricorrente non aveva chiesto al Prefetto il riesame del decreto di rigetto del Questore, ma aveva chiesto, invece, al Prefetto stesso, quale organo competente, la rimozione del divieto a suo tempo da questo adottato e che costituiva la causa ostativa al rilascio di quanto in origine richiesto”.

6. Ciò premesso, nel merito si rileva che la motivazione dell’atto del 19 maggio 2008 appare estremamente laconica, in quanto si esaurisce nell’affermazione che “il signor Azzani non offre sufficienti garanzie di affidabilità di non abusare delle armi detenute”.

Si può ammettere, nondimeno, che l’atto in questione debba essere letto nel contesto della pregressa vicenda – alla quale del resto faceva espresso richiamo l’istanza di autorizzazione cui l’atto stesso veniva a dare risposta – e che quindi la motivazione sia in qualche modo integrata grazie a quell’implicito richiamo.

Tuttavia la motivazione appare, comunque, carente.

7. Ed, invero, si può dare per certo che nessun addebito specifico sia mai stato mosso al ricorrente – legittimo detentore di armi per decenni ( dal 1967) per l’esercizio della caccia – riguardo alla correttezza ed avvedutezza nella custodia e nel maneggio delle armi medesime.

L’unico elemento a suo carico, alla data di adozione dell’atto impugnato, risultava essere la condanna “patteggiata” (emessa nei suoi confronti in qualità di rappresentante legale di una società) per frode fiscale (evasione di IVA) continuata mediante falso (emissione di fatture per operazioni inesistenti), nonché per associazione a delinquere finalizzata alla frode con l’applicazione della pena di anni due e mesi nove di reclusione, più le pene accessorie del caso.

8. Ai fini dell’applicazione dell’art. 39, T.U.L.P.S. si richiede il ragionevole sospetto (desunto anche da elementi indiziari, non necessariamente di rilevanza penale) che il soggetto non dia pieno affidamento di non abusare delle armi.

Non e’, dunque, necessario che vi siano stati episodi di abuso effettivo delle armi ovvero di trascuratezza nella loro custodia, essendo sufficiente il mero rischio di tale abuso, mentre sono certamente rilevanti anche le manifestazioni di aggressività verso le persone, seppure senza l’impiego di armi; ovvero manifestazioni di scarso equilibrio, scarsa capacità di autocontrollo oppure la vicinanza ad ambienti della criminalità organizzata .

Peraltro, come espone l’appellante, non ricorrono neanche i presupposti per l’applicazione delle ipotesi ostative contemplate nell’art.11 e nell’art.43 TULPS, in quanto la condanna penale riportata non riguarda i reati indicati nelle citate disposizioni come fattispecie automaticamente ostative al rilascio del porto di armi.

Invece, poiché i reati addebitati all’attuale appellante non sembrano di per se stessi significativi del pericolo di abuso delle armi, l’impugnato diniego di rinnovo del permesso di detenere armi per uso caccia risulta carente di adeguata motivazione, ove si consideri che il Prefetto non ha illustrato il percorso logico-giuridico attraverso il quale il progetto illecito della frode fiscale mediante falso documentale viene assunta come un elemento indiziario della ridotta affidabilità in materia di detenzione di armi.

9. Per queste ragioni l’appello va accolto e, per l’effetto, in riforma della sentenza impugnata, va annullato (per difetto di motivazione) il decreto prefettizio 19 maggio 2008, n.9117, DDA con il conseguente obbligo del Prefetto di Brescia di pronunciarsi nuovamente sulla relativa istanza dell’appellante alla luce delle argomentazioni sopra esposte, fatti salvi, comunque, gli effetti dell’originario divieto di porto di armi uso caccia disposto dal Questore di Brescia con decreto 14 maggio 2008, non impugnato.

Le caratteristiche in punto di fatto della vicenda giustificano la compensazione delle spese di entrambi i gradi di giudizio tra le parti.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza) accoglie l ‘appello in epigrafe e, per l’effetto, in riforma della sentenza impugnata, annulla il decreto del Prefetto di Brescia 19 maggio 2008 n.9117 DDA ai fini del riesame alla luce di quanto in motivazione.

Spese di entrambi i gradi di giudizio compensate tra le parti.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

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